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Torre Velasca a Milano: storia e architettura

10 Agosto 2026 16 min di lettura Aggiornato il 10 Agosto 2026 Ambrogio Riva
Questo articolo è stato generato da un'intelligenza artificiale e pubblicato senza una revisione umana approfondita.

La Torre Velasca occupa un punto preciso della Milano ricostruita dopo la guerra, tra piazza Missori e il Duomo, in Piazza Velasca 5. Il suo profilo largo in alto, sostenuto da travature oblique, non nasce da un gesto decorativo: deriva dall’uso misto dell’edificio e da una scelta strutturale leggibile anche dalla strada.

Nel 2026 il grattacielo resta un riferimento utile per capire come un progetto di modernismo possa cercare un dialogo con la città storica senza imitare le forme antiche. Il recente recupero ha riportato attenzione sia alla facciata in cemento e graniglia sia allo spazio pedonale della piazza.

In breve

  • La Torre Velasca fu progettata dallo studio BBPR tra il 1950 e il 1958 per un’area devastata dai bombardamenti del 1943.
  • Misura circa 106 metri e conta 28 livelli complessivi, inclusi due piani interrati.
  • La parte superiore aggettante ospita 72 abitazioni, mentre il fusto era pensato per uffici, studi e servizi.
  • Il calcestruzzo armato sostituì l’ipotesi iniziale in acciaio e vetro, riducendo i costi stimati di circa un quarto.
  • Dal 2011 l’edificio è sottoposto a vincolo della Soprintendenza e il restauro avviato nel 2021 ha coinvolto torre e piazza.

La storia della Torre Velasca nella Milano della ricostruzione

La storia della Torre Velasca inizia prima del cantiere. L’area su cui sorge, nel cuore di Milano, fu colpita pesantemente dai bombardamenti del 1943. Dopo il conflitto, la città aveva bisogno di case, uffici, servizi e nuovi spazi economici, ma anche di edifici capaci di esprimere una ricostruzione riconoscibile.

Nel 1949 la società Ri.C.E., Ricostruzione Comparti Edilizi, ottenne dal Comune la licenza per realizzare un complesso pluripiano a destinazione mista. Il mandato non riguardava quindi una torre isolata da osservare a distanza. Riguardava un pezzo di urbanistica, con attività al piano strada, lavoro nei piani intermedi e abitazioni nella parte alta.

Il gruppo BBPR e il progetto tra il 1950 e il 1958

L’incarico fu affidato allo studio BBPR, formato da Gian Luigi Banfi, Lodovico Barbiano di Belgiojoso, Enrico Peressutti ed Ernesto Nathan Rogers. Le quattro iniziali non erano una sigla pubblicitaria, ma il nome di un gruppo che aveva attraversato il razionalismo italiano e le sue trasformazioni più difficili. Banfi non vide l’opera costruita, poiché morì nel 1945 dopo la deportazione a Gusen.

Gli studi iniziarono nel 1950 con la collaborazione dell’ingegnere Arturo Danusso. La prima soluzione prevedeva un volume rivestito da acciaio e vetro, vicino all’immagine internazionale del grattacielo americano. Una consulenza economica richiesta a una società di New York segnalò però i limiti della filiera siderurgica italiana del periodo e il peso dei costi del metallo.

La scelta finale cadde sul calcestruzzo armato con rivestimenti in pietra e graniglia di porfido rosa. Non fu una rinuncia casuale. Quel passaggio rese possibile una struttura più compatibile con le disponibilità dell’industria italiana e diede all’edificio una materia più densa, lontana dalla superficie leggera e continua delle curtain wall di vetro.

Il progetto definitivo fu definito tra il 1952 e il 1955. I lavori principali si svolsero tra il 1956 e il 1957, in 292 giorni di cantiere secondo le fonti storiche sulla costruzione, mentre il completamento dell’opera viene generalmente riferito al 1958. L’edificio ricevette nel 1961 il Premio per un’opera realizzata dell’Istituto Nazionale di Architettura.

Una torre pensata per costruire case e fare città

La Torre Velasca non può essere letta soltanto come un oggetto alto 106 metri. Il basamento commerciale, la lobby e la sistemazione della piazza cercavano di mediare tra il volume verticale e il pedone. Questo rapporto con il suolo è uno degli aspetti più concreti del progetto, perché un grattacielo in centro storico funziona quando non trasforma il piano strada in un retro di servizio.

La piazza porta il nome di Juan Fernández de Velasco, governatore del Ducato di Milano nel XVII secolo. Il toponimo lega quindi la torre a una stratificazione urbana molto precedente al Novecento. BBPR non riprodusse una torre medievale, ma cercò una continuità di scala, silhouette e materia con la Milano delle corti, delle guglie e dei volumi fortificati.

Ernesto Nathan Rogers descriveva il progetto come un tentativo di raccogliere l’atmosfera della città senza copiare il linguaggio di altri edifici. Questa posizione spiega perché la torre non assomiglia né al vicino Duomo né a un grattacielo di Manhattan. Il suo design mette insieme memoria storica, necessità funzionale e una tecnica costruttiva esposta.

Per chi osserva la Milano contemporanea, questa origine chiarisce un punto spesso trascurato. La forma controversa della torre deriva da una città ferita, da un programma edilizio molto fitto e dalla volontà di non ridurre il modernismo a una facciata liscia e standardizzata.

Base de la tour Velasca avec travures obliques en béton sur la piazza
Illustration générée par intelligence artificielle.

Architettura della Torre Velasca e ragioni della forma a fungo

La Torre Velasca viene spesso chiamata “grattacielo a fungo” per il corpo superiore più largo del fusto. La formula è immediata, ma rischia di far sembrare arbitraria una soluzione studiata con attenzione. La sagoma nasce dalla differenza tra gli spazi destinati agli uffici e quelli destinati alle abitazioni.

Un ufficio può funzionare in un corpo edilizio più stretto, con profondità contenute e facciate regolari. Un appartamento richiede invece ambienti più profondi, terrazzi, logge e una distribuzione meno seriale. BBPR allargò quindi la porzione alta per ospitare le residenze, rendendo visibile dall’esterno la diversa funzione dei piani.

Come sono distribuiti i 28 livelli dell’edificio

La torre si sviluppa su una pianta rettangolare e comprende 28 piani complessivi, con due livelli ipogei. Il piano strada era dedicato alle attività commerciali e agli spazi di ingresso. Dal secondo al decimo piano trovavano posto uffici, mentre dall’undicesimo al diciassettesimo erano previste attività professionali con abitazioni annesse.

Il diciottesimo piano aveva in origine una funzione tecnica e comune. Ospitava servizi, depositi, locali di supporto e accessi alla balconata perimetrale, utile anche per le verifiche manutentive della struttura. Dal diciannovesimo al venticinquesimo piano si trovano le abitazioni del volume aggettante.

Le unità residenziali sono 72 appartamenti da due a sette vani, ciascuno progettato con veranda o terrazzo. Al venticinquesimo piano erano collocati sei duplex con mansarda e affacci panoramici. I dati storici parlano inoltre di circa 800 locali complessivi, un numero che restituisce la densità del programma senza confonderlo con il numero delle abitazioni.

I due piani interrati ospitavano impianti tecnici e un’autorimessa per circa 450 automobili, con servizi allora considerati avanzati. Nelle abitazioni erano presenti arredi fissi, serramenti dedicati e impianti integrati. Il riscaldamento a pavimento e il condizionamento in ogni ambiente appartenevano alla dotazione originaria, ma qualsiasi verifica o rifacimento di questi sistemi richiede oggi un progettista impiantista abilitato.

Le travature oblique non sono una decorazione

Tra il quindicesimo e il diciottesimo piano appare il tratto più riconoscibile dell’architettura della Torre Velasca. Le travature oblique sostengono l’allargamento del corpo superiore e traducono la statica dell’edificio in un elemento visibile. I milanesi le hanno trasformate nel soprannome di “grattacielo con le bretelle”, ma la loro funzione è molto precisa.

La struttura progettata da Arturo Danusso comprende venti elementi obliqui a sezione trilobata. I pilastri in facciata si piegano e lavorano come mensole per portare il peso dei piani superiori. Ai puntoni si collegano tiranti e mensole di ancoraggio a V, inseriti nel solaio che sostiene il modulo residenziale.

Questa scelta offre una lezione utile anche a chi guarda un edificio residenziale contemporaneo. Quando una parte della casa sporge, non basta valutare l’effetto visivo del balcone o della facciata. Servono dettagli strutturali, impermeabilizzazioni e manutenzioni programmate, da affidare a un ingegnere strutturista e a imprese qualificate quando si interviene su elementi portanti.

La Torre Velasca mostra ciò che molti edifici nascondono dietro un rivestimento uniforme. La forma esterna racconta il peso, la distribuzione interna e il passaggio tra funzioni diverse, senza trasformare il sistema portante in un semplice motivo grafico.

Modernismo, memoria medievale e materiali della Torre Velasca

Definire la Torre Velasca soltanto brutalista oppure soltanto neogotica non aiuta a capirla. L’edificio attraversa più categorie della storia dell’architettura italiana del secondo Novecento. Viene associato al post-razionalismo, al neoliberty e, per la materia e l’espressione della struttura, a certe letture del brutalismo.

Il suo modernismo non coincide con una fiducia cieca nella forma internazionale. Rogers cercava una modernità capace di rispondere al luogo. Per questo il riferimento alle torri lombarde, alla Torre del Filarete del Castello Sforzesco e forse alla Torre di Bona non è un’aggiunta folkloristica: è una scelta che modifica proporzioni, coronamento e percezione della massa.

Facciate irregolari, porfido e chiaroscuro

Le facciate sono costruite con una griglia strutturale leggibile e con pannelli prefabbricati in cemento e graniglia di porfido rosa. Le finestre rettangolari hanno dimensioni analoghe, ma non appaiono disposte come una ripetizione meccanica. Pieni e vuoti variano, creando un ritmo che lo storico Paolo Portoghesi descrisse come una sorta di “spettinatura”.

Nel fusto, le aperture restano sostanzialmente sul piano della facciata. Nella parte alta, invece, logge e terrazzi non si allineano rigidamente tra un livello e l’altro. Questa differenza produce ombre più profonde e una vibrazione visiva che rende il coronamento più domestico, pur mantenendo una scala monumentale.

Il materiale conta quanto la composizione. Un pannello prefabbricato in cemento con graniglia non ha la trasparenza di una parete vetrata, ma resiste visivamente alla luce variabile di Milano e dialoga con le tonalità minerali della città. Il rivestimento richiede comunque controlli specialistici su fessure, giunti e fenomeni di degrado, soprattutto su un fabbricato vincolato.

Per un intervento in casa, l’insegnamento non consiste nel copiare la graniglia della Torre Velasca su una parete. Una finitura minerale è coerente quando c’è luce sufficiente e quando si accetta una superficie con variazioni, porosità e manutenzione. Un microcemento decorativo, per esempio, nel 2026 costa indicativamente 80-150 € al metro quadrato posato, ma non riproduce né struttura né profondità della facciata storica.

Il tetto e il richiamo alle torri lombarde

Il coronamento termina con una copertura metallica a quattro falde e con un nucleo in laterizio destinato ai locali tecnici. La terrazza perimetrale del piano alto presenta elementi verticali che richiamano, in chiave astratta, le merlature e le guglie del paesaggio milanese. È un riferimento controllato, non una ricostruzione letterale.

Il confronto con il Grattacielo Pirelli di Gio Ponti chiarisce bene la posizione della Velasca. Il Pirelli lavora sulla snellezza, sulla superficie liscia e sulla precisione del profilo. La torre BBPR lavora al contrario su massa, sbalzo, irregolarità e peso apparente. Entrambe parlano della Milano del dopoguerra, ma con due idee molto diverse di città verticale.

Questa diversità spiega anche perché la Torre Velasca sia stata discussa fin dall’inizio. Il critico britannico Reyner Banham la giudicò una ritirata italiana dall’architettura moderna, mentre Philippe Daverio la definì un capolavoro. Il dissenso non dipende da un dettaglio marginale: riguarda il modo in cui si accetta o si rifiuta il legame tra design contemporaneo e memoria urbana.

Guardata da vicino, la torre non propone un’estetica levigata. Propone una materia che si legge nelle nervature, nei giunti e nei cambi di profondità, e proprio questa concretezza la rende diversa da molti grattacieli costruiti per essere identici in ogni città.

Restauro della Torre Velasca e nuova Piazza Velasca

Dal 2011 la Torre Velasca è tutelata dalla Soprintendenza per il suo interesse storico e artistico. Questo vincolo cambia radicalmente il modo di intervenire. Non si può trattare la facciata come quella di un normale condominio, sostituendo materiali e dettagli solo perché più rapidi da reperire o più economici nell’immediato.

Dopo diversi passaggi di proprietà, Unipol cedette l’immobile a Hines nel 2019 per un’operazione indicata dalla stampa economica in circa 220 milioni di euro. Dal 2020 fu definito un programma di riqualificazione con Comune di Milano e Soprintendenza. Il progetto architettonico fu affidato ad Asti Architetti, guidato da Paolo Asti.

Il cantiere dal 2021 e il recupero conservativo

I lavori partirono nell’ottobre 2021. Il recupero ha interessato le superfici esterne, le cromie storiche, le parti strutturali e gli interni, con l’obiettivo di conservare l’identità dell’edificio senza congelarlo in una condizione museale. La riapertura progressiva degli spazi rinnovati ha restituito centralità alla torre e alla piazza nel corso del 2024.

Un restauro conservativo non significa lasciare ogni elemento esattamente com’era. Significa riconoscere quali materiali, geometrie e rapporti urbani costituiscono il valore del bene e intervenire con tecniche compatibili. Sulla Velasca la facciata in pietra e cemento, il disegno delle aperture e le travature oblique erano elementi da trattare con continuità, non da mascherare.

Gli interni sono stati riorganizzati con nuovi spazi commerciali, uffici, servizi per il benessere e unità residenziali. Il diciottesimo piano, nato come livello di servizio, è stato ripensato per utilizzare meglio le aree comuni. La trasformazione risponde a un dato semplice: un edificio misto nel centro di Milano deve restare attivo durante ore diverse della giornata.

Quando un edificio storico viene aggiornato, la parte più delicata non è scegliere una maniglia o un rivestimento. Sono impianti, compartimentazioni, accessibilità, sicurezza e compatibilità con i materiali esistenti. Su questi aspetti il proprietario deve affidarsi a architetto, ingegnere e imprese abilitate, perché una finitura corretta non compensa un intervento tecnico sbagliato.

Una piazza più pedonale e meno residuale

La riqualificazione ha coinvolto anche Piazza Velasca. La nuova pavimentazione in porfido, il verde e gli arredi urbani hanno reso più chiaro il carattere pedonale dello spazio. Sono state rimosse alcune barriere architettoniche e una parte delle presenze legate alla sosta, con un effetto diretto sulla leggibilità dell’ingresso alla torre.

Questo passaggio ha valore urbanistico. Un grattacielo può avere un restauro accurato, ma se il suo intorno resta occupato da traffico, dislivelli irrisolti e superfici senza uso, l’edificio continua a essere percepito come una presenza estranea. La piazza rinnovata restituisce invece una distanza sufficiente per leggere le proporzioni del basamento e del corpo aggettante.

Il porfido è una scelta coerente con un’area urbana molto frequentata, perché offre una superficie minerale resistente e riconoscibile. Non è però un materiale automatico per terrazzi privati o cortili condominiali. La posa, la pendenza e il trattamento antiscivolo incidono sul risultato più del solo prezzo del cubetto o della lastra.

Il restauro della Torre Velasca mostra che la tutela funziona quando comprende anche lo spazio davanti all’edificio. Una facciata recuperata acquista senso soltanto se la città permette di avvicinarsi, sostare e capire come quella massa costruita incontra il terreno.

Perché la Torre Velasca divide ancora Milano e il design italiano

La Torre Velasca non ha mai ricevuto un consenso tranquillo. Poco dopo la sua realizzazione, Luciano Bianciardi la evocò con tono critico ne La vita agra, mentre una parte del pubblico milanese ne prese di mira il profilo pesante e le travature. Il soprannome “grattacielo con le bretelle” racchiude ironia, familiarità e riconoscimento immediato.

La polemica riguarda anche il modo in cui si guarda un edificio. Chi cerca una torre sottile e astratta può vedere nella Velasca una massa sproporzionata. Chi cerca invece una architettura capace di portare in superficie struttura, storia e funzioni diverse trova un progetto molto più complesso di quanto suggerisca la sua silhouette.

Critiche e difese di un’icona milanese

Reyner Banham lesse la torre come una rinuncia alla modernità internazionale. Altri osservatori hanno sostenuto la posizione opposta. Mario Bellini, Gianmaria Beretta e Stefano Boeri hanno valorizzato la sua distanza dalla standardizzazione, mentre Daverio ha difeso la specificità storica della cultura architettonica italiana.

Vittorio Sgarbi ha espresso invece un giudizio durissimo, definendola un paradigma dell’orrore. Queste posizioni contrastanti non si annullano. Mostrano che il valore di un edificio non coincide con l’unanimità estetica, soprattutto quando la costruzione modifica lo skyline di una città con una forma volutamente non neutra.

La presenza della Torre Velasca nel cinema e nella televisione conferma la sua forza figurativa. Appare in opere come Il vedovo di Dino Risi, Milano calibro 9 e nella serie 1992. Non serve inquadrarla a lungo: bastano le sue travi oblique e la testa allargata per rendere riconoscibile Milano.

Nel confronto con gli edifici recenti, il grattacielo BBPR conserva una qualità rara. Non cerca di risultare invisibile né di trasformarsi in un logo. Espone una posizione, con materiali ruvidi, soluzioni strutturali leggibili e una composizione che continua a richiedere attenzione.

Come leggerla dal livello della strada

Per osservare bene la Torre Velasca, conviene partire da Piazza Velasca e non soltanto dai punti panoramici. Dal basso si distingue il rapporto tra la piastra commerciale, il fusto stretto e l’espansione del volume residenziale. A questa distanza le “bretelle” smettono di sembrare un’aggiunta e diventano il raccordo fisico tra due parti dell’edificio.

Proseguendo verso piazza Missori si percepisce la distanza tra la torre e il tessuto più basso del centro. Dalle zone vicine al Duomo emerge invece il contrasto tra la verticalità gotica delle guglie e la verticalità massiva del cemento. Non sono due linguaggi conciliati con facilità, ed è proprio qui che il progetto mantiene la sua tensione.

Per chi si occupa di interni e arredo, la lezione non è comprare mobili “brutalisti” solo perché hanno superfici scure o cemento a vista. Una libreria in rovere impiallacciato con bordo ABS può costare indicativamente 450-900 €, mentre una struttura su misura in rovere massello può superare 1.800 € al metro lineare nel 2026. Il materiale va scelto in base all’uso e alla manutenzione, non per imitare una fotografia.

La Torre Velasca resta interessante perché obbliga a guardare oltre la prima impressione. Il suo carattere non dipende da una moda da replicare in appartamento, ma dalla coerenza tra struttura, programma edilizio, materia e posizione nel centro di Milano.

Elemento Dato verificabile Significato architettonico
Indirizzo Piazza Velasca 5, Milano Collocazione nel tessuto storico vicino a piazza Missori
Autori Studio BBPR con Arturo Danusso per la struttura Dialogo tra progetto architettonico e soluzione portante
Altezza Circa 106 metri Presenza verticale riconoscibile nello skyline
Struttura Calcestruzzo armato, pilastri trilobati e travature oblique Sostegno del volume abitativo aggettante
Destinazione Commercio, uffici, servizi e 72 abitazioni Edificio misto concepito per attività diverse
Tutela Vincolo della Soprintendenza dal 2011 Restauro soggetto a criteri conservativi

Quando è stata costruita la Torre Velasca?

Il percorso progettuale iniziò nel 1950. Il progetto definitivo fu definito tra il 1952 e il 1955, il cantiere principale si svolse tra il 1956 e il 1957 e l’opera viene normalmente indicata come completata nel 1958.

Perché la Torre Velasca ha la parte superiore più larga?

Il corpo alto ospita abitazioni, che richiedevano una maggiore profondità rispetto agli uffici collocati nel fusto. Le travature oblique e i pilastri a mensola sostengono questo volume aggettante.

Chi ha progettato la Torre Velasca?

L’edificio è opera dello studio BBPR, formato da Gian Luigi Banfi, Lodovico Barbiano di Belgiojoso, Enrico Peressutti ed Ernesto Nathan Rogers, con il contributo strutturale dell’ingegnere Arturo Danusso.

La Torre Velasca è un edificio tutelato?

Sì. Dal 2011 è sottoposta a vincolo della Soprintendenza per il suo interesse storico e artistico. Gli interventi di restauro devono quindi rispettare materiali, facciate e caratteri architettonici riconosciuti.